Árboles sagrados celtas en el sistema Bach: taller online
El encuentro entre la espiritualidad céltica y las Flores de Bach. Descubre cómo el efecto de las esencias florales se enlaza con la antigua sabiduría céltica.
Profesores: Letizia Bevilacqua y Dr. Ricardo Orozco
Fecha: Sábado 18 de abril 2026 16:00 a 20:00h España
Online directo por Zoom.
Estrés, ansiedad y Flores de Bach
La generosità di Oak
Dr Ricardo Orozco
Senza dubbio la quercia è un albero molto generoso. Infinità di insetti e piccoli animaletti trovano dimora e cibo tra le innumerevoli fessure del tronco e dei i rami… Si tratta di un albero particolarmente forte e responsabile che, malgrado il passare gravoso degli anni, continua sempre a dare sostegno e accoglienza a tutti i suoi inquilini, senza chiedere nulla in cambio. In ultimo, le sue ghiande sono una appetitosa prelibatezza per altri amici un po’ più grandicelli, cioè i maiali.

Sorge spontanea la seguente domanda: i soggetti con questa personalità sono tanto generosi quanto l’albero da cui proviene l’essenza? In genere la prima risposta è un categorico <si>. Tuttavia, un’analisi più approfondita può portarci a conclusioni molto differenti.
Una caratteristica delle personalità ossessive, e Oak è una di loro (insieme a Elm e Rock Water), è l’avarizia. Essi conservano oggetti obsoleti e sono anche troppo “parsimoniosi”, tanto da essere spesso ritenuti fedeli devoti alla Madonna del Pugno Chiuso (espressione idiomatica spagnola usata per indicare una persona molto taccagna, n.d.t).
Senza dubbio Oak è un principio che indica la lotta, la sopravvivenza, l’austerità, la tenacia di fronte alle avversità. Questi ossessivi sono stati educati con la convinzione che “la vita è una dura lotta nella quale non si deve e non si può mai abbassare la guardia”. Bisogna essere sempre pronti alle probabili crisi, ai tempi di penuria economica, all’arrivo del duro inverno, ecc. Lavorare, lavorare, lavorare senza sosta per risparmiare affinché nulla possa mancare alla famiglia… mai.
In Oak il senso di responsabilità è unito alla convinzione di dover essere sempre irreprensibile, serio, scrupoloso, previdente, meritevole… E tutto ciò per Oak richiede una vita vissuta nell’austerità. Quante volte abbiamo visto casi in cui Oak conduce una vita modesta, pur contando su un considerevole risparmio? E cosa dire di coloro che non si sono mai concessi una vacanza, pur essendo nelle condizioni di poterselo facilmente permettere?
Tuttavia esiste un aspetto fondamentale, comune a tutti gli ossessivi: tutti loro detestano <l’assurdo>. Ciò è dovuto al fatto che, oltre ad essere emotivamente repressi, sono iper-razionali. Secondo Oak tutto deve essere previsto e gestito da una mente autorevole, addestrata a percepire ogni micro dettaglio, per poter più tardi controllare e prevedere qualsiasi possibile anomalia. È da ciò che deriva il suo perfezionismo, e, anche se generalmente si tende a pensare che Oak non sia un perfezionista, io credo invece che Oak condivida questa caratteristica, da ossessivo qual è, con Elm e Rock Water.
Per quanto riguarda la generosità, preferisco utilizzare il seguente esempio, si tratta un dialogo ipotetico tra un figlio che ha bisogno di un prestito e un padre Oak.
1° Ipotesi
- Papà, puoi prestarmi 3000€?
- A quale scopo figliolo?
- Ma sai, ho un periodo difficile con la mia partner e ho pensato che forse andare una settimana ai Caraibi a riposare potrebbe fare molto bene alla nostra relazione. Ho già parlato con la mamma e lei penserà ai bambini. Pensavo di restituirti il denaro un po’ al mese.
- No, assolutamente no, il denaro non deve essere sperperato per queste assurdità. I problemi di coppia si aggiustano a casa.
Diagnosi Taccagno!
2° Ipotesi
- Papà, puoi prestarmi 3000€?
- A quale scopo figliolo?
- Ho avuto dei problemi con il furgone che utilizzo per lavorare e mi hanno fatto un preventivo di quell’ammontare sia per la riparazione sia che decida di cambiarlo con un altro di seconda mano.
- Si, certamente…
Diagnosi. Generoso!
Allora, Oak è taccagno o è generoso?
Io continuo a pensare che Oak sia fondamentalmente un taccagno, anche se vi è un aspetto della vita che è per lui ancor più importante del risparmio: <il senso del dovere>. Secondo Oak il dovere di un buon padre è dare sostentamento e aiuto ai propri figli. Essere sempre previdenti. Ciò non significa che per l’Oak dell’esempio non sia difficile prendere dei soldi dai suoi risparmi e utilizzarli per le grandi emergenze. Certamente ciò comporta per lui uno sforzo mentale. Nonostante, siccome lui reputa che fa parte di ciò che è sua responsabilità, lo farà perché è il suo dovere.
Invece l’ipotesi delle impreviste vacanze salva-coppia proposta dal figlio della prima ipotesi, per la sua logica elementare e poco sofisticata, è una situazione assurda, egli sicuramente penserà: <che stupidaggine andare in viaggio, a quale scopo? Al ritorno saranno al punto di partenza o anche peggio e con 3000€ in meno nel portafoglio… anzi! nel mio portafoglio>.
Se Oak si trova costretto a sborsare danaro, vorrà che vengano spesi per qualcosa di tangibile, utile palpabile… Non in una cosa totalmente “assurda”… non in fumo.
Certamente possiamo affermare che la quercia ci parla di generosità e la persona con caratteristiche Oak ha davanti a sé una lunga strada da percorrere per riuscire a sintonizzarsi con la generosità autentica, imparando ad offrire ciò che ha, non per senso del dovere, ma perché nasce istintivamente, come all’albero, in modo spontaneo e naturale.
In fretta! …In fretta!
Dr. Ricardo Orozco
Non c’è dubbio che la società moderna in cui viviamo impone un ritmo frettoloso alla maggior parte delle nostre attività. Una sorta di Impatiens globale.
Credo che quasi tutti, forse per contagio o forse per istinto di sopravvivenza, ci rassegnamo o ci abituiamo a questo ritmo sostenuto che tutto pervade. E, quando dico “tutto”, parlo certamente anche della floriterapia.

Questa fretta condiziona la richiesta del cliente e la visione del floriterapeuta. Per quanto riguarda il primo, cioè il cliente, il floriterapeuta può tentare di controllare la sua impazienza attraverso un’equilibrata gestione delle aspettative che lo hanno portato a rivolgersi alla floriterapia. Questo implica che il floriterapeuta dovrà essere in grado di dare delle informazioni veridiche e oneste sulla terapia floreale.
Una delle domande più usuali che ogni floriterapeuta si sente rivolgere è: “quando comincerò a notare l’effetto dei fiori?”:
Nel caso di un’emergenza, come per esempio un esame per il quale abbiamo prescritto una formula rapida, possiamo prevedere che l’effetto si verificherà in modo veloce, se non immediato. Se invece si tratta di una tematica di fondo, i tempi ovviamente possono essere variabili.
La strategia che consiglio è la seguente: comunicare al cliente che gli incontri saranno ogni tre o quattro settimane e che dopo circa tre mesi (o poco più) parte dell’incontro sarà utilizzato per fare una valutazione generale del percorso fatto fino a quel momento. Detta valutazione può suddividersi in tre parti. Nella prima parte il cliente fa un bilancio dei risultati ottenuti dall’inizio del percorso. Nella seconda il floriterapeuta condivide con il cliente le proprie conclusioni. Nella terza ed ultima parte il cliente riprende il proprio protagonismo e spiega al floriterapeuta come si è sentito durante l’accompagnamento. Se è soddisfatto di come si svolge il suo processo floriterapeutico o se sente che manca qualcosa. Quest’ultima parte è una valutazione del lavoro del floriterapeuta.
Per realizzare correttamente il bilancio menzionato, durante il primo incontro devono essere tracciati gli obiettivi che si desidera raggiungere. In questo modo si stabilisce una meta verso cui puntare lo sguardo, evitando che il processo floriterapeutico vada alla deriva.
Con le competenze menzionate il floriterapeuta può aiutare a gestire le aspettative, spesso impazienti, del cliente e non contribuire a trasformare la floriterapia in una sorta di “degustazione” di un flacone di Fiori di Bach il cui esito deciderà sulla continuità o meno del cliente nel processo floriterapeutico.
Un altro problema, che ho spesso riscontrato in molti floriterapeuti, si verifica quando gli impazienti sono loro stessi… Di frequente si verifica che, quando il cliente viene al secondo consulto, se i risultati riscontrati non sono spettacolari, il floriterapeuta si scoraggia e sottopone la formula utilizzata ad un rigoroso esame. Questo molte volte è dovuto all’impazienza dello stesso floriterapeuta, alla sua insicurezza da principiante, da una mancanza di formazione, dalla pressione esercitata dal cliente… e sicuramente esistono molte altre cause che possono spiegare questo fenomeno.
Il floriterapeuta dovrebbe comprendere che la miscela di Fiori è solo parte del processo floriterapeutico e che lui stesso (il floriterapeuta) non può essere l’argomento centrale del percorso. Dovrà comprendere che i miglioramenti ottenuti dal cliente nella salute, nella gestione dei problemi e delle emozioni dipendono da molte variabili esterne ed interne, e fondamentalmente dal cliente stesso.
Le essenze floreali non agiscono come antidoti, ma come catalizzatori e facilitatori delle risorse del cliente. Per queste ragioni, la funzione del floriterapeuta si limita ad essere quella di colui che accompagna il cliente durante il suo processo di autoconsapevolezza per una migliore gestione della propria vita. Esattamente questo, accompagnare e non risolvere, semplicemente perché non si può. I Fiori aiuteranno a rafforzare il cliente al fine di sviluppare una migliore gestione a delle proprie risorse, ma tutto ciò deve essere un percorso fatto dal cliente stesso. In questo senso accompagnare in modo efficiente ed etico si trasforma in un’arte, non sempre facile, poiché richiede un buon livello di apprendimento, di consapevolezza e … molta pratica.
Dove meno te lo aspetti
Dr. Ricardo Orozco
Di recente, una psicoterapeuta e floriterapeuta italiana mi ha raccontato di come, ora più che mai, si trovasse di fronte a clienti che proiettavano aspettative eccessivamente positive e impazienti su un futuro prossimo. Quasi lo esigevano, poiché ne avevano certamente bisogno per riuscire a sopportare un presente infausto e spiacevole. Questo si concretizzava in un’urgenza di risultati immediati e straordinari in tempi record.
Una delle conseguenze immediate di tali aspettative inflazionate era l’incapacità, e a volte la mancanza di volontà, di vedere ciò che stava accadendo nel presente.
Di fronte a questa situazione, la terapeuta si trovava nella necessità di gestire tali aspettative e, al tempo stesso, di riportare inevitabilmente i suoi pazienti a quel presente da cui fuggivano in preda al panico.
La conversazione con lei mi ha riportato a un periodo tanto doloroso quanto istruttivo. Apparentemente negativo, ma in realtà profondamente arricchente dal punto di vista dell’insegnamento.
Credo fosse il 1997 o il 1998. In quell’epoca, non ero ancora riuscito ad abbandonare del tutto un lavoro nella medicina allopatica che trovavo particolarmente gravoso. La mia vocazione mi spingeva con forza verso la floriterapia, ma per vivere ero costretto a conciliare entrambe le professioni, poiché il mio lavoro con i Fiori non mi garantiva ancora un sostentamento sufficiente.
Provai in tutti i modi a liberarmi del “lavoro cattivo” per potermi dedicare completamente a quello “buono”, ma tutti i miei tentativi – richieste di prestiti, visualizzazioni, assunzione di fiori, pensiero positivo e centomila altre cose – “non funzionarono”, costringendomi a rimanere in quella che sembrava una palese incoerenza. La mia vocazione era chiara e il “lavoro buono” avrebbe dovuto sostenermi, eppure tutti i miei sforzi fallivano, uno dopo l’altro.
Tuttavia, i segnali significativi e le sincronicità (quelle “coincidenze” apparentemente inspiegabili) accadevano proprio nel “lavoro cattivo”. Dall’imbattermi in banconote per strada fino a un’esperienza che avrebbe cambiato la mia vita.
Il “lavoro cattivo” consisteva nel fare il medico d’urgenza per alcune assicurazioni sanitarie private. Lavoravo per un’azienda che inviava il medico a domicilio (in questo caso, me). Ero solo, con la mia auto, a coprire un’area vastissima di posti. Cosa non avrei dato per avere già allora i navigatori GPS! A volte le chiamate si susseguivano contemporaneamente da punti molto distanti tra loro. Questo lavoro stressante mi impegnava tutta la notte del lunedì e un fine settimana ogni tre. Il tutto, all’epoca, senza alcuna assistenza logistica, solo di fronte al pericolo – senza essere affatto Gary Cooper.
Alla fine presi la decisione: lasciai il “lavoro cattivo” e mi affidai a quello “buono”. Ma l’aiuto tanto atteso dall’universo non arrivò in tempo, e in breve esaurii i miei risparmi… Dovetti tornare al vecchio lavoro, rientrando dalla porta di servizio con la rassegnazione cupa di chi è costretto a tornare in prigione dopo aver esaurito il permesso.
Poi, un giorno, si scatenò il peggiore degli incubi. Arrivai il sabato mattina in uno stato Gorse (per fortuna lo stavo assumendo), e scoprii che il medico del turno precedente, quel maledetto, aveva lasciato alcune visite da effettuare senza avvisare nessuno. Nel frattempo, il telefono squillava istericamente e, come se non bastasse, una tempesta da fine del mondo sottolineava la mia pessima sorte.
Ricordo di essere uscito dal centro con l’ombrello che quasi mi cadeva di mano, la borsa nell’altra, e il mattone (il cellulare dell’epoca, un oggetto voluminoso e pesante che sembrava più un’arma che un telefono) che squillava incessantemente. Ah, e il dettaglio preferito di qualsiasi bestemmiatore: affondare un piede intero in una gigantesca pozzanghera proprio mentre salivo in auto.
Ma fu allora che accadde… Quando ormai nulla poteva andare peggio – a meno che qualcuno non fosse spuntato dal nulla per accoltellarmi – accadde…
Sentendo l’acqua gelida entrare nella scarpa e abbassando lo sguardo, vidi qualcosa brillare nella pozzanghera maledetta. Lo raccolsi come potei e lo guardai incredulo: era una fede d’oro, più grande del mio dito medio.

Dr. Ricardo Orozco
Credo che questo evento abbia cambiato completamente la mia lettura della situazione. In qualche modo, catalizzò una presa di coscienza delle mie circostanze. Dissolse o lavò via una grande parte del dramma della mia vita, quegli insopportabili “effetti speciali” che mi facevano soffrire.
Nelle settimane seguenti, accettai che avrei dovuto conciliare i miei due lavori per tutto il tempo necessario, senza isterismi e senza drammi.
E senza dubbio fu proprio questa accettazione, sostenuta dall’assunzione di Walnut, Sweet Chestnut e Wild Oat, ad aiutarmi a posizionarmi e a comprendere ciò che stava accadendo.
Così, dopo alcuni mesi, potevo ormai teoricamente lasciare il “lavoro cattivo”, che nel frattempo era diventato un “lavoro accettabile”. Il “lavoro buono” – corsi, libri, viaggi, clienti di floriterapia – stava fiorendo e apriva prospettive interessanti.
Eppure, restai ancora qualche mese nel lavoro “accettabile” per lealtà verso il mio capo, una persona straordinaria. Quando effettuai la mia ultima visita come medico allopatico, carica di metafore e simbolismi, in qualche modo seppi che sarebbe stata davvero l’ultima della mia vita.
Così, l’insegnamento per me non avrebbe potuto essere più chiaro: l’apprendimento trascendente si manifesta nel luogo scelto dall’anima, dove realmente si impartisce la lezione, e non dove l’ego vorrebbe o desidererebbe. Non esistono scorciatoie. Esiste solo la consapevolezza.
Era evidente che dovevo superare quella lezione presente per poter continuare ad avanzare, anche se in quel primo momento di tribolazioni non riuscivo a comprenderlo.
Non dico che questa esperienza debba essere uguale per tutti, ma a volte l’apprendimento si manifesta qui e ora, dove meno te lo aspetti.
Crab Apple. Il cammino della luce
Dr. Ricardo Orozco
Non credo che esista un’altra essenza floreale di Bach così carica di mitologia, leggende e antiche tradizioni. Un simbolismo così potente che, senza dubbio, condusse Bach, almeno intuitivamente, alla scoperta di Crab Apple.
Sappiamo che, nel periodo in cui preparava questa essenza (1935), la sua salute era estremamente fragile e soffriva di gravi problemi fisici, tra cui un’eruzione cutanea durante i mesi più caldi dell’estate. Allo stesso tempo, la sua sensibilità si era acuita ancora di più.
Jordi Cañellas osserva che la corteccia di questo piccolo albero si screpola e si sfalda facilmente, suggerendo una mancanza di protezione. I suoi fiori, di un bianco luminoso all’interno, ci offrono una purificazione dolce e gentile, un concetto che è evocato anche dalla sfumatura rosata dell’esterno dei petali. Per Barnard: «Il fiore bianco del melo è la luce purificatrice che opera all’interno del rimedio Crab Apple».

Ma il simbolo più emblematico è senza dubbio il suo frutto, la mela, anche e la varietà selvatica utilizzata nel sistema produce piccoli frutti aspri. Molti degli effetti della sua essenza floreale, come la purificazione, la bellezza, la vergogna fisica e la sensazione di sporcizia morale, sono già preannunciati dalla mitologia e dal simbolismo che circondano il melo.
Secondo Scheffer, per i Germani e i Celti il melo era un albero sacro, simbolo di perfezione, purezza e immortalità, mentre i suoi fiori rappresentavano l’amore e la fertilità.
Riguardo alla connessione tra la mela e la salute, il termine bretone per “mela” è aval, e l’isola di Avalon (l’isola delle mele) era, secondo il mito, un luogo di eterna giovinezza e bellezza, oltre che una fonte di trasformazione.
Nella mitologia greca, Eracle, con uno stratagemma, riesce a impossessarsi delle mele d’oro delle Esperidi, frutti dotati di poteri curativi straordinari.
Tre importanti dee greche – Era, Atena e Afrodite – gareggiano davanti a Paride, principe troiano, per essere dichiarate “la più bella”. E perché? Perché Eris, una dea dall’indole un po’ Chicory, furiosa per non essere stata invitata a un sontuoso matrimonio tra dèi e re, getta una mela d’oro come premio per la vincitrice: il famoso Pomo della Discordia, che darà origine nientemeno che alla Guerra di Troia.
Più recentemente, tutti conosciamo la storia della regina malvagia che, quando lo specchio magico le rivela che esiste una donna più bella di lei (Biancaneve), la avvelena temporaneamente con una mela. Ancora una volta, vediamo un conflitto legato all’immagine di sé.
Per quanto riguarda il concetto di impurità morale e vergogna fisica, troviamo l’episodio biblico di Adamo ed Eva.
Nella Bibbia, il “frutto proibito” è quello che cresce nel Giardino dell’Eden e che Dio proibisce all’umanità di mangiare. Quando Adamo ed Eva assaporano il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male vengono cacciati dal Paradiso. Perdono l’immortalità e l’innocenza e, accorgendosi della propria nudità, provano vergogna.
Sebbene diverse teorie identifichino il frutto proibito con altre varietà, la mela è la candidata più plausibile ed è, senza dubbio, quella che meglio si collega all’essenza Crab Apple. Sappiamo, infatti, che questa essenza floreale aiuta ad accettarsi fisicamente e purifica da sentimenti di impurità morale. Esperienze che possono essere facilmente ricondotte al concetto religioso di peccato, il quale si accompagna al senso di colpa (Pine). E, come tocco finale, il vecchio proverbio popolare: «An apple a day keeps the doctor away» (Una mela al giorno toglie il medico di torno).
Come sono andati i fiori?
Dr. Ricardo Orozco
Quante volte abbiamo sentito questa semplice domanda? Chi vive ed opera nel mondo dei Fiori di Bach è sicuramente molto abituato a sentirla. Tuttavia, non sempre è una buona domanda, sia quando la poniamo nel contesto di un colloquio che quando la rivolgiamo a quell’amico o famigliare al quale abbiamo preparato una miscela.
Ma come mai non è una buona domanda? Le ragioni sono molteplici. La terapia floreale è un processo nel quale intervengono diversi fattori e la miscela prescritta è solo uno dei tanti fattori. Detto in altri termini, la terapia non consiste solo nei fiori della miscela, consiste anche nel setting terapeutico, nella gestione delle aspettative, nella relazione terapeuta-cliente, negli obiettivi terapeutici, ecc.

Quando chiediamo: come sono andati i fiori? Concentriamo tutta la responsabilità del processo terapeutico sulla miscela, e, di conseguenza, sull’abilità del terapeuta di “azzeccare la miscela giusta”, togliendo importanza a ciò che il cliente fa per stare bene o male. Ciò significa che il cliente, l’amico o il famigliare che prende la miscela dei fiori somministrata da noi diventerà passivo all’interno del processo, come accade nell’allopatia, e scaricherà tutta la responsabilità del proprio stato sulla miscela e, come ho detto precedentemente, nella perizia del terapeuta. In questo modo, se il soggetto starà bene “i fiori saranno andati bene”, se invece sta male “i fiori saranno andati male”. Senza dubbio questa è una posizione comoda per il cliente, è la modalità meno vincolante ma anche la meno efficace, dal momento che colloca il terapeuta nel ruolo di responsabile del benessere o del malessere del cliente, che grande responsabilità!! E se non sarà il terapeuta il responsabile, lo saranno i fiori.
Tuttavia esiste un’altra questione su questa famosa domanda. Tra un incontro e l’altro potrebbero verificarsi molte situazioni esterne che ovviamente incideranno sullo stato d’animo del cliente. Anche se a volte le persone che si rivolgono ad un floriterapeuta sono persone che hanno già acquisito una buona capacità di discernimento e di conoscenza di sé, non bisogna dare per scontato che siano sempre in grado di distinguere il modo o la misura in cui gli avvenimenti condizionano il loro stato d’animo, e come si sentirebbero invece se non stessero prendendo i fiori. In ultimo, l’informazione sbloccata dai fiori potrebbe condurre a sensazioni gradevoli o sgradevoli portandoci a volte ad un giudizio troppo precipitoso sul nostro stare <bene> o <male>. Complicato, vero?
Un altro problema da aggiungere alla domanda “come sono andati i fiori?” è che spesso riduce il tempo necessario per fare una valutazione sufficientemente oggettiva. Perché mai qualcuno che si trova con un problema cronico dovrebbe stare meglio nell’arco di tempo che intercorre tra il primo e il secondo colloquio, cioè dopo aver preso all’incirca una boccetta di fiori? Sto parlando di una media di tre settimane tra un incontro e l’altro.
Posso capire perfettamente l’impazienza del terapeuta che ha cominciato da poco ed è desideroso di risultati strepitosi, o del cliente che aspira ad ottenere soluzioni miracolose, ma non ci sono dubbi che è indispensabile stabilire un buon contesto terapeutico dove il floriterapeuta possa gestire adeguatamente le aspettative del cliente. Un setting appropriato in cui sia anche possibile spiegare che i fiori in realtà sono catalizzatori di un’informazione che esiste già dentro di lui e che essi non potranno in alcun modo sostituirsi alle sue azioni personali e non modificheranno nemmeno le sue emozioni negative, ma lo aiuteranno a gestirle. Spiegheremo quindi che Holly non serve per “toglierti la rabbia” ma per “aiutarti a gestire la rabbia”; Mustard non “serve per la tristezza”, ma per “aiutarti a gestire la tristezza”. In questa spiegazione, il lavoro e la responsabilità dovranno rimanere nel territorio del cliente o di colui che prende i fiori. Così facendo si posizionerà la persona al centro del processo terapeutico aiutandolo ad acquisire sempre una maggiore consapevolezza di ciò che sta vivendo. Inoltre il floriterapeuta eviterà di assumersi, involontariamente, il ruolo di guaritore o di tecnico, diventando per il cliente colui che l’accompagnerà durante il processo. In questo modo non si tratterà più di “chi sa” e “chi non sa”, ma piuttosto di due persone che camminano insieme durante un tratto di strada dove il cliente dovrà sentirsi libero di decidere in qualsiasi momento di continuare da solo per la propria via.
L’ideale, a mio avviso, è accordarsi su un tempo minimo di terapia prima di fare una valutazione sul processo terapeutico. Questo tempo può oscillare tra 3 o 4 mesi (con incontri ed eventuali revisioni della miscela ogni tre settimane). Ovviamente per fare una valutazione dovranno essere stati prestabiliti alcuni obiettivi sia dal terapeuta che dal cliente e questi obiettivi, per essere validi, dovranno includere una serie di requisiti (essere raggiungibili, espressi al positivo, auto-responsabili, contestualizzati, ecologici, ecc.).
Come si può capire, raggiungere gli obiettivi stabiliti durante la terapia floreale dipenderà da alcune variabili e non solo dalla miscela dei fiori: la qualità della relazione terapista-cliente, il coinvolgimento emotivo del cliente nel proprio processo terapeutico, il contesto dove vive il cliente, la reattività ai fiori, il tempo trascorso, la professionalità del terapeuta ed una lunga lista di altri fattori…
Dunque la domanda “come sono andati i fiori?” dovrà essere utilizzata soltanto nei casi di emergenza o di applicazioni locali molto puntuali, poiché non è una domanda utile in nessun altro caso.
Chicory-Heather. Dalla madre bisognosa al bambino bisognoso e capriccioso
Dr. Ricardo Orozco
Territorio condiviso

Chicory ed Heather condividono un immenso vuoto interiore. Ciò comporta una importante carenza affettiva che si manifesta in una smisurata paura della solitudine e, conseguentemente, in una forte richiesta di amore e attenzione. Questo vuoto interiore si riempie di un livello variabile di angoscia esistenziale tanto devastante e inquietante, tale da giustificare una paura irrazionale e una frequente fuga da se stessi.[1] A questo punto è chiaro che l’angoscia di base che colma entrambi si chiama Sweet Chestnut, generatasi da un vissuto desolante, dato dalla distanza tra l’anima e la personalità.
Per mitigare in qualche misura questa angoscia esistenziale presente nel nucleo della propria personalità, ricorreranno a diversi meccanismi. Uno di questi consiste nel creare vari personaggi idealizzati che migliorino, almeno un poco, la loro autostima. Questo meccanismo è denominato credenza compensatoria. Ma questi sistemi non sono quasi mai sufficienti a nascondere il dolore emozionale sottostante. Cercano di colmare il vuoto con l’amore, ma molto spesso questo finisce per trasformarsi nel succedaneo della richiesta di attenzione, dipendenza e obbligo di essere assistiti.
Una particolarità da tenere ben presente è l’eccesso di dranmmaticità ed esagerazione che impregnano le comunicazioni di Chicory e di Heather. In parte ciò si deve alla loro iper emozionalità, ma è vero, che a questa accentuata drammaticità (istrionismo) si ricorre come efficace strategia di richiamo affettivo o di richiesta di attenzione. Tutto in loro sembra che sia urgente oimportantissimo, da una semplice telefonata fino a una trascurabile catena via mail. Gli altri, qualunque cosa stiano facendo, devono lasciarla e correre in loro aiuto.
Sono entrambi ansiosi e conoscono da vicino le manifestazioni dell’angoscia. Vivono molto preoccupati (White Chestnut) dai piccoli dettagli affettivi della vita quotidiana, che si riferiscono generalmente alle relazioni interpersonali e alle loro necessità più immediate. La paura all’abbandono o alla sostituzione è così considerevole che è chiaro che occupi tanto spazio nelle loro menti.
Hanno generalmente abitudini compensatorie con l’intento di alleviare l’ansia. Tendono a mangiare in eccesso e quindi al sovrappeso.
Sono molto poco inclini all’introspezione, che li terrorizza, accusando gravi carenze per tutto ciò che si riferisce ad autoesplorazione.
Di natura irritabili, si spazientiscono facilmente quando sono contraddetti. In gran misura questo si deve alla loro immaturità e conseguente semplificazione del mondo, in un vano tentativo di farlo più malleabile. Ciò determina che in generale siano capricciosi, ed è per questo che esplodono in episodi Cherry Plum-Holly. È ugualmente presente in loro una forte tendenza allo scoraggiamento, alla tristezza e alla depressione. In definitiva, il loro livello di intelligenza emozionale è spesso assai modesto.
Sono persone con una grande predisposizione a patire malanni e problemi di salute. Una parte di questa tendenza si spiega con l’intenso livello d’ansia che vivono. Ma un’altra grande parte della loro natura malaticcia viene potenziata dai benefici secondari che ottengono dai loro sintomi, giacché li utilizzano per manipolare chi li circonda, e riuscire in questo modo ad ottenere un alto rendimento in termini di attenzioni e cure particolari. Allo stesso tempo sono utili come strumenti di autocompassione e per castigare e colpevolizzare quanti non si dimostrano attenti e diligenti con loro, e per essere esonerati dalle loro responsabilità.
In non poche occasioni i malanni si dimostrano effettivi per eludere ed evitare le lamentele di quanti si sono visti danneggiati dal loro modo di agire. Ad esempio, la nuora che è stata umiliata in modo evidente da sua suocera, evita di protestare a fronte della “delicata” salute di quest’ultima.
Tanto Heather quanto Chicory, nel livello più profondo della loro coscienza, possiedono una scarsa autostima. Per questo, si diceva al principio dell’articolo, compensano questa carenza con un sistema di credenze che li eleva a persone “elette”, con attributi o con missioni speciali da compiere a favore degli altri. Quasi mai il personaggio idealizzato che costruiscono coincide con le loro azioni, anche se lo credono.
Sono entrambi invadenti e poco empatici, dal momento che, essendo così ansiosi e richiedenti, non possono immaginarsi nei panni dell’altro.
Dipendono eccessivamente dalla risposta e dalla accettazione esterna e cercano di essere necessari (Chicory) o desiderabili e affascinanti (Heather).
Sono generalmente manipolatori e affabulatori. Il riuscire a instillare negli altri senso di colpa, permette loro di generare una dipendenza che garantisca il legame affettivo.
Come meccanismo psicologico di difesa utilizzano la negazione e la dissociazione.[2]
Chicory ed Heather sono principi maggiormente riscontrabili nel genere femminile, così come Vine e Vervain predominano nel maschile. Se ampliamo maggiormente questa “sessualizzazione”, possiamo situare Centaury nel primo gruppo e Oak nel secondo. Ovviamente non esiste una linea floreale divisoria, uomini e donne possono condividere principi floreali, ma questo non toglie che ci sia una disposizione determinata in uno o in altro senso. Per poter dare a questo una spiegazione bisogna dire che esistono fattori di indole socioculturale, dovuti alla formazione, biologici, ecc.
Aspetti differenziali come tipologia

È importante sottolineare che in molti casi non è possibile una chiara differenziazione, dal momento che Heather e Chicory non sono in assoluto incompatibili.
La richiesta di attenzione è normalmente più disperata ed esagerata in Heather che in Chicory. Il primo è normalmente più indiscriminato cn i propri interlocutori, mentre il secondo risulta più selettivo. Ciò significa che Chicory sceglierà più attentamente le persone verso le quali rivelare le proprie risorse.
Entrambi hanno paura della solitudine, ma questo aspetto è molto più evidente in Heather, dove può raggiungere dei livelli di difficile immaginazione. Questo può portarlo all’incotinenza verbale, un tratto che è sempre stato utilizzato per descriverlo. Attualmente questa necessità di fuggire dalla solitudine non deve obbligatoriamente manifestarsi attraverso la logorrea; qualsiasi Heather può passare l’intera giornata al computer chattando compulsivamente, mentre satura le reti sociali con le proprie banalità.

Chicory è essenzialmente materna, per cui offrirà costantemente le sue cure, tanto implicitamente che esplicitamente. Tende a stabilire sempre legami pseudo-terapeutici con gli altri. Al contrario, Heather è molto più anarchico, individualista, capriccioso e destrutturato nelle proprie relazioni.
Questo comporta che Chicory crei legami affettivi permanenti e probabilmente impossibili da spezzare; mentre Heather è essenzialmente volubile e tende ad annoiarsi dei suoi amici, fidanzati e ambienti sociali, cambiandoli con altri quando può. Questo aspetto è più riconoscibile e attuabile in Heather giovani. Detto in altro modo: Chicory assume responsabilità, mentre Heather le rifugge. Ad esempio, una madre Chicory è iper protettiva (molto Red Chestnut) e difficilmente lascerà suo figlio all’asilo, con il rischio che potrebbe confondersi e chiamare “mamma” la maestra. Al contrario la madre Heather lascerà suo figlio volentieri con qualsiasi vicina semisconosciuta, pur di uscire per incontrare le sue amiche.
Il livello di manipolazione è molto variabile, dipendendo da un gran numero di circostanze. Ma in ogni caso e in linea generale, Chicory ha più facilità che Heather ad usare la diplomazia, la critica o una via alternativa per raggiungere ciò che vuole. Generalmente Heather tende a un grado di manipolazione più grossolano, almeno nei più negativizzati. Risulta facile pensare a qualcuno che durante la cena di Natale, quando tutta la famiglia è riunita, soffra di qualche disturbo eclatante e teatrale.
Bisogna comunque tenere in considerazione che esistono Heather più sofisticati che impiegano le proprie sottili arti seduttive per ottenere regali e benefici di diverso tipo. In ogni caso la sessualizzazione delle relazioni non è un tratto Chicory, ma una strategia nettamente Heather. Si pensi a quanto risulta poco seducente lo sterotipo della mamma italiana a fronte di quello della vamp. Chicory è nutritiva, non sexy.
In Chicory la manipolazione può variare considerevolmente, dipendendo dal livello sociale e culturale nel quale si muove e, dettaglio importante, dal grado di disperazione.
L’essere così emozionali e affettivamente vulnerabili, li rende facilmente preda dell’ansia e dell’angoscia. Queste caratteristiche sono molto più evidenti in Heather, molto più instabile, mutevole e indeciso (Scleranthus) che Chicory.
La conseguenza dell’ansia in entrambi è normalmente l’aggressività, evidente in una irritazione e impazienza di base semplice da percepire. La gelosia e il sospetto (Holly), motivati da una enorme insicurezza, contribuiscono a vivificare l’ansia e la rabbia.
Tanto Chicory quanto Heather vivono l’Holly allo stato puro, anche se il primo lo nega sempre, dal momento che risulterebbe contraddittorio con la credenza compensatoria che ha edificato , e cioè quella di un “essere di luce venuto al mondo per dare amore e offrire aiuto al prossimo.” La tendenza in Chicory è quella di nascondere l’odio che sente, o perlomeno a negarlo, mentre cerca intorno a sé comprensione e alleanze che lo aiutino a combattere il nemico.
Come si è già detto, nel territorio condiviso la richiesta di attenzione è una delle caratteristiche più evidenti dall’esterno. In Chicory è più selettiva che in Heather, dal momento che accade perché si dia valore “alla sua abnegazione e sacrificio”, anche se il riconoscimento che reclama risulta sempre eccessivo e sproporzionato. È necessario sottolineare che se ha dato due, crede di aver dato dieci, e se riceve dieci, sente invece di aver ricevuto due. Il bilancio, dunque, tra il dare e l’avere è permanentemente alterato.
Si potrebbe quindi affermare che Chicory dà per ricevere e il suo slogan sarebbe: “Ti do in cambio di …” Invece Heather assomiglia piuttosto a un vampiro che svolazza indiscriminatamente intorno alle sue prede al grido di : “Dammi, dammi, dammi … tutto, tutto, adesso!”. È forse questo che ha portato la Scheffer a dire: “ Chicory corrisponde a la madre bisognosa e Heather al bambino bisognoso.” [3]
Senza dubbio Heather è molto più efficace nella sua richiesta di attenzione giacché può ricorrere alla stavaganza, tanto nell’utilizzo di vestiti eclettici e d’impatto, come nell’esibizione di un catalogo di pose e atteggiamenti “desiderabili” (“meglio morta che sempliciotta”). Il tutto accompagnato da espressioni emozionali come risate che assomigliano a nitriti, un tono di voce elevato, conversazioni al cellulare che possono essere ascoltate in un raggio assai ampio, ecc.
Sebbene si è detto che “Heather vuole essere il bambino nel battesimo, la sposa al matrimonio e il morto al funerale” si potrebbe affermare sulla falsariga che “Chicory vuole essere la madrina al battesimo, la sposa al matrimonio e la figura che organizza, consola e conforta tutti in un funerale.”
Con l’obiettivo di essere comunque tenuto in considerazione, Heather preferisce il castigo all’indifferenza. “Preferisco essere cercato dalla polizia piuttosto che da nessuno,” Chicory, seppure può ricorrere a generare un conflitto pur di poporsi come mediatore, cerca sempre di uscirne bene. Risulta più abile nel misurare le conseguenze immediate delle sue azioni.
Sebbene entrambi ricorrano all’esagerazione pur di suscitare l’attenzione altrui, Heather è eccessivamente affabulatore, inventando esperienze inverosimili e spesso rocambolesche: visita di esxtraterrestri, spostamenti nello spazio, apparizioni mistiche … Chicory in questo senso non è stravagante. Piuttosto può insinuare, dare ad intendere, in modo implicito o misterioso, di possedere una determinata informazione extrasensoriale o un qualche tipo di potere che può risultare di gran valore per gli altri. Allo stesso modo può dire a qualche credulone o insicuro che ha individuato in lui/lei una grande potenzialità e che può aiutarlo quindi, attraverso le sue capacità di canalizzazione spirituale, a svilupparlo.
Anche se entrambi possiedono una scarsa o nulla capacità di autocritica, è più facile in Heather avvertire il senso di colpa, o come minimo sentimenti di indegnità o di poco valore, prodotto della predisposizione alla tristezza e alla depressione.
Aspetti diferenziali come stato
Possono viversi stati transitori di Chicory in circostanze speciali, come ad esempio, periodi di vulnerabilità dovuti a perdite affettive. Alcune persone possono perfino manifestare il proprio Chicory con un determinato partner, in uno spazio limitato della propria vita o a fronte di una circostanza nella quale si sono visti particolarmenti danneggiati, come, ad esempio, nella divisione di una eredità o un problema di carattere lavorativo.
In questi casi l’argomento è sempre la convinzione che “si sta ricevendo molto meno di quello che si sta effettivamente ricevendo” o “ha dato molto di più di quello che sta ricevendo” e pertanto si è trattati ingiustamente. Ciò significa che c’è sempre un punto focale o un attivatore più o meno esplicito.
Invece gli stati di Heather sono normalmente più tempestosi e non deve esserci obbligatoriamente un attivatore obiettivo, anche se c’è da riconoscere che alcune persone sono disinibite dall’alcool fino a un punto di loquacità e invadenza difficile da sopportare. Senza dubbio non c’è niente di peggio che avere, in una cena, il nostro vicino a tavola che cerca di convincerci di essere “un’ottima persona”
Continuando con le differenze tra Chicory ed Heather, è molto più probabile transitare per periodi più lunghi di quest’ultimo fiore. Ad esempio nelle tappe biologiche che riguardano la prima infanzia, l’adolescenza o la vecchiaia. In molte persone questo Heather è meramente temporale e si manifesta attraverso un eccessivo soggettivismo o su una richiesta di attenzione davvero considerevoli.
[1] Questo meccanismo è comune anche ad Agrimony.
[3] Scheffer, M. La Terapia Floral de Bach. Teoría y práctica. Urano, Barcelona, 1992.
Centaury: Vittima o costruttore della propria realtà?
Dr. Ricardo Orozco
Spesso pensiamo ai Centaury come a creature intrappolate, prigioniere, schiave e bloccate in una determinata situazione contro la loro volontà e pertanto meritevoli di compassione e di aiuto.
Nella storia della schiavitù sappiamo che non esistevano uffici di reclutamento dove si presentavano volontariamente i menzionati schiavi per essere arruolati in un penoso, quanto incerto, mestiere. Al contrario, queste creature erano il bottino di guerra o il risultato di contrattazioni tra imprenditori psicopatici e capi corrotti. Fino a non troppo tempo fa tutto ciò era perfettamente legale e ben visto dalla società.
Tuttavia, credo che dobbiamo tentare di comprendere la mente di Centaury per avvicinarci in modo obiettivo alle situazioni in cui spesso cade.
![Árboles sagrados celtas en el sistema Bach Centaury corrisponde esattamente a ciò che la psicologia contemporanea considera “personalità dipendente”. Il vantaggio di questa associazione (Fiore di Bach e psicologia contemporanea) è che da questa prospettiva troviamo letteratura scientifica [1] che analizza scrupolosamente la mente, le emozioni e il comportamento delle persone che corrispondono a questo principio caratteriale.](https://ricardoorozco.com/files/italia/articoli/mujer-planchando-picasso_838.jpg)
Centaury corrisponde esattamente a ciò che la psicologia contemporanea considera “personalità dipendente”. Il vantaggio di questa associazione (Fiore di Bach e psicologia contemporanea) è che da questa prospettiva troviamo letteratura scientifica [1] che analizza scrupolosamente la mente, le emozioni e il comportamento delle persone che corrispondono a questo principio caratteriale.
Tuttavia, quale floriterapeuta mediamente empatico non si è sentito commosso e solidale verso alcuni poveri Centaury, e allo stesso tempo spinto a consigliare, risolvere o per lo meno a tentare di migliorare la loro vita infelice? [2]
In questo articolo tenterò di evitare tutto ciò che potrebbe appartenere all’aspetto vittimistico di Centaury, basandomi sulla costatazione più realistica di Centaury come costruttore della propria realtà.
La personalità dipendente (o Centaury, che è lo stesso) si struttura sulle seguenti credenze negative: “sono totalmente solo, completamente indifeso” “sono inadeguato, inutile” “posso funzionare solo se ho a fianco qualcuno veramente competente” “se mi abbandonano, morirò”.
Questa sensazione-convinzione di sottovalutazione profonda genera un forte bisogno di avere qualcuno che si prenda cura di noi, il che mette in moto un comportamento di sottomissione incoraggiato dal fantasma e dalla paura della separazione, dell’abbandono, della sostituzione, ecc. In cambio della protezione e della supervisione, Centaury si arrenderà totalmente dedicandosi al servizio dell’altro: gli darà amore, tenerezza e soprattutto sarà leale, ubbidiente e docile. Se l’altro sarà felice, anche lui lo sarà.
Una caratteristica interessante dei Centaury è che sono mentalmente poco sofisticati: quindi abbastanza immaturi e infantili. Costruiscono un mondo semplicistico che sarà dunque molto più gestibile e meno minaccioso rispetto al mondo reale.
Esistono 3 meccanismi psicologici di difesa nella personalità dipendente che trascrivo qui di seguito direttamente dal lavoro eseguito da Theodore Millon [3], prendendomi la libertà di aggiungere alcune mie considerazioni:
L’Introiezione: interiorizzare l’identità di un’altra persona per dare luogo a una fusione del più debole con il più forte, dell’incompetenza con l’abilità, dell’inutilità con la sicurezza in se stessi. Quando i dipendenti guardano se stessi, vedono inadeguatezza e incompetenza (Larch) che riflettono la loro mancanza di abilità e di conoscenza. Inoltre, queste introspezioni generano sentimenti svalutanti e un vero e proprio terrore esistenziale (Sweet Chestnut) di fronte alla possibilità dell’abbandono o di essere costretti a occuparsi di se stessi. Il dipendente prende in prestito la potenza, l’abilità e l’autostima dell’altro e in cambio le offre la sua volontà incrollabile di essere al servizio dei suoi obiettivi.
L’Idealizzazione: per esempio nei confronti del partner, che non concepiscono come essere umano con qualità e debolezze, ma che trasformano in un protettore soprannaturale. È un meccanismo infantile di molti bambini nei confronti dei propri genitori… Esseri onnipresenti, onnipotenti…
La Negazione: anche se l’introiezione genera sentimenti tranquillizzanti causati dall’essere uniti ad una persona potente, ciò non è sufficiente a eliminare tutte le fonti di ansia. La negazione (Agrimony) serve per ammortizzare qualsiasi sentimento di fatalità o apprensione che l’introiezione non riesce ad eliminare. Mediante la creazione di un universo semplificato, sprovvisto di difficoltà oggettive, per i dipendenti diventa più facile essere ingenui, infantili e dolci. Un’altra funzione della negazione è quella di permettere alle persone dipendenti di evitare di vedere i propri impulsi ostili. Per i dipendenti, l’ira (Holly) è estremamente minacciosa. Se loro ammettessero di vivere l’ira, a cosa potrebbero arrivare gli altri? Inoltre, ciò distruggerebbe l’illusione di sicurezza e di protezione che tanto li tranquillizza.
A tutti questi meccanismi che ci aiutano a comprendere la problematica dei Centaury, se ne aggiunge un altro particolarmente preoccupante. Essi in genere rifuggono lo sviluppo di qualsiasi qualità o abilità, poiché li potrebbe condurre ad una vita più indipendente. Dunque, non è innaturale che boicottino ogni tentativo fatto dagli altri per aiutarli a sviluppare le loro capacità, come per esempio imparare a guidare, trovare un lavoro indipendente, ecc. Se assecondassero questi suggerimenti, gli altri potrebbero chiedere sempre di più fino a domandargli di assumersi il controllo delle loro vite, e questa possibilità li terrorizza.
Allo stesso modo, qualsiasi impulso di ira o di ribellione potrebbe mettere a rischio la continuità della “protezione”, soprattutto in due modi: attivando l’ira nei loro confronti, o creando un precedente di identità separata, e ciò li impaurisce molto. Per questo motivo si assumono il ruolo di persone inferiori (sempre Larch) in modo da conferire ai loro partner la sensazione di essere forti, competenti e superiori, qualità queste che i Centaury cercano sempre in loro.
Dobbiamo sottolineare che siccome i Centaury confondono i confini tra sè stessi e gli altri (Centaury + Red Chestnut), la perdita di una relazione rappresenta per loro la perdita di sé stessi.
In ogni caso, il solo pensiero della separazione attiva tutti i meccanismi dell’ansia, mantenuta da pensieri negativi (Gentian) e reiterativi (White Chestnut).
Malgrado tutto ciò che abbiamo finora descritto, alcuni Centaury possono apparire felici in questa loro vita di autosacrificio che hanno scelto di condurre, come ad esempio una madre Centaury orgogliosa del successo professionale di un figlio, la moglie che assoggetta totalmente la propria vita alla carriera del marito, ecc. È una specie di tentativo di realizzarsi attraverso l’altro.
Bisogna tuttavia considerare che non sempre i Centaury sono circondati da persone senza scrupoli, tuttavia si sentono spesso attratti da persone dominanti ed egoiste (soprattutto Chicory, Heather, Vervain e Vine).
La tendenza di molti autori, tra cui devo includere anche me stesso, è stata quella di considerare l’infanzia dei Centaury carente di affetto, con genitori assenti, freddi, tirannici, ecc. Tuttavia secondo Millon [4] e i suoi collaboratori la personalità dipendente si spiega in gran misura nel seguente modo:
« L’iperprotezione genitoriale e la disapprovazione attiva dell’autonomia come vie principali dello sviluppo.»
« Nei primi mesi di vita i bebè sono dipendenti e si attaccano alle persone che si prendono cura di loro, che li nutrono e gli evitano situazioni spiacevoli come ad esempio i pannolini sporchi. Più avanti, cominciano a sentire una forte curiosità ed iniziano ad esplorare il contesto intorno a loro, utilizzando come base sicura coloro che si prendono cura di loro e vivendo il mondo come luogo sicuro, in grado di offrire ciò di cui hanno bisogno sia sul piano biologico che su quello emozionale. Alcune delle figure di riferimento, anziché permettere che la curiosità emerga spontaneamente, sono sempre preoccupati di farli sentire a loro agio. Riescono ad annullare ogni necessità di esplorazione del mondo espressa dai bambini: i genitori anticipano ogni loro richiesta concedendo ogni cosa. Questi bambini sono tanto viziati che non hanno alcun motivo che li spinga a sviluppare competenze, le quali potrebbero rivelarsi utili al di fuori del microcosmo che le loro figure di riferimento hanno creato (…). Non vi sarà una maturazione psicologica se non si ribellano (…). Molti genitori scoraggiano in modo palese l’indipendenza del bambino per “paura di perdere il loro bebè”.»
«Il dipendente all’inizio della propria vita è una persona solare che riceve cure e attenzione stabilendo vincoli normali. In seguito, le figure di riferimento non permettono al bambino di sviluppare l’autonomia, perché trovano piacevole l’intimità che dà loro un bambino dipendente, oppure perché temono che qualsiasi tipo di frustrazione generi nei bambini problemi successivi. Inizialmente queste cure generano fiducia. In un secondo momento diventa un controllo che prende la forma di una “educazione inflessibile”. Più avanti diventa sottomissione e ogni tentativo di ottenere maggiore autonomia genera senso di colpa. Risultato: un bambino remissivo, per il quale sentirsi controllato diventa la normalità e l’indipendenza rappresenta una trasgressione. Il bambino interiorizza la credenza che, anche se gli altri sono adeguati, lui non lo sarà mai.»
Questa descrizione molto chiarificatrice ci porta senza dubbio a pensare a genitori Chicory e Red Chestnut come i propugnatori di principi Centaury. In ogni modo, possiamo pensare anche che, in base alla visione filosofica di Bach, Centaury sceglie circostanze particolari quando si incarna:
« Ognuno di noi ha una missione divina in questo mondo, e le nostre anime usano le nostre menti e i nostri corpi come strumenti per realizzare questo compito (…) Noi scegliamo le nostre occupazioni terrene e le circostanze esterne che ci conferiranno le migliori occasioni per metterci alla prova, al massimo delle nostre possibilità» [5]
Potremmo presupporre che per apprendere la lezione della Fermezza i Centaury abbiano scelto questo tipo di genitori. È inoltre vero che, per non cadere in un determinismo negativo, molti bebè cresciuti ed educati da genitori molto asfissianti riescono a tirar fuori un carattere molto forte e si ribellano. In questo senso, ad ogni tentativo di autonomia, Centaury dovrà superare anche il senso di colpa che presuppone, ecco perché Pine può essere un fiore di sostegno molto importante per i Centaury.
Per concludere, i floriterapeuti dovrebbero essere molto vigili, come suggerivo all’inizio, per non cadere nel ruolo di “problem solver” e in nessun caso far intendere che l’obiettivo della terapia possa essere l’autonomia, poiché per il Centaury negativo questa parola è sinonimo di solitudine e questa a sua volta sinonimo di terrore o, quanto meno, implica l’impossibilità di sopravvivenza. In realtà Centaury non ha bisogno di essere salvato dagli altri, ha necessità di fare, con l’aiuto dei fiori, un lungo viaggio verso la propria coscienza emozionale per trovare le risorse al fine di affermare un “sé stesso” più assertivo e più onesto verso le proprie emozione. Solo così sarà possibile per Centaury aiutare gli altri.
Accompagnare, semplicemente accompagnare…
Di Ricardo Orozco ©2025
Sarebbe interessante interrogarsi attentamente su quale sia la funzione del Floriterapeuta. Capisco benissimo che su questo argomento esistono tante opinioni quanti Floriterapeuti.
A mio avviso, il compito del Floriterapeuta è molto semplice: accompagnare il cliente durante il processo o percorso che lui stesso ha deciso di intraprendere. In questa esperienza l’assunzione dei Fiori avrà un importante ruolo catalizzatore.
Ultimamente, nei miei viaggi in Sud America, ho notato che la parola <consultante> sostituisce sempre più il termine <cliente> il quale a sua volta ha rimpiazzato l’ormai preistorico <paziente>.
Mi piace l’idea dell’accompagnatore, e a Carmen Rosety e a me piaceva paragonarci a dei tassisti. Una persona sale sul taxi, dice dove vuole andare e noi lo aiutiamo a raggiungere il luogo prescelto con l’inestimabile GPS costituito dai Fiori.

Il vantaggio del taxi consiste nel fatto fondamentale che esso ti conduce esattamente dove vuoi andare, ammesso che il luogo esista, ovviamente, e che sia raggiungibile in auto poiché si trova ad una distanza ragionevole. Per esempio, nella città di Barcellona se io chiedo di essere accompagnato alla Plaza de la Universidad, il tassista non può decidere di portarmi all’aeroporto “perché sarà la cosa migliore per me” o “perché secondo lui è ciò di cui ho bisogno”. Un altro aspetto che mi piace di questa metafora è che da un taxi il passeggero può scendere in qualsiasi momento lo desideri, indipendentemente dal fatto che la destinazione sia stata raggiunta o meno.
Certo, quello che non mi piace dell’esempio del taxi è che il ruolo del passeggero di solito è passivo, soprattutto se egli decide di non dialogare con il conducente. Nella relazione Floriterapeuta-cliente invece, il dialogo è assai importante, si tratta soprattutto di un momento di scambio in cui il Floriterapeuta utilizzerà una tecnica molto efficace denominata “ascolto attivo”.
Credo sia necessario sfatare definitivamente la funzione del Floriterapeuta, sottolineando che esso non ha alcuna missione divina nei confronti del cliente; non è un guaritore né uno sciamano, né un tecnico e non appartiene al sistema sanitario. Il Floriterapeuta è una persona che offre umilmente di accompagnare qualcuno durante una fase particolare della vita, con il meraviglioso aiuto dei Fiori di Bach che egli conosce molto bene. Esegue questo servizio (così i tassisti chiamano una corsa) in modo etico e trasparente, senza propinare prediche, né offrire consigli o presunte soluzioni da bar, senza promettere nient’altro se non, appunto, un accompagnamento.
Eppure ciò che appare tanto facile risulta invece assai difficile, a causa di tutte le trappole nelle quali l’ego può facilmente cadere, perché probabilmente non accetta di ricoprire un ruolo tanto “povero”, per non dire anonimo, poiché in questa prospettiva il ruolo del Floriterapeuta sarà tale per cui egli non dovrà diventare né rilevante né indispensabile per il cliente.
È proprio in questa semplicità che risiede l’aspetto veramente nobile e spiritualizzato del processo.
In questo particolare tipo di vicinanza, in cui i ruoli non costituiscono una barriera, il Floriterapeuta e il cliente camminano insieme mantenendo uno scambio paritario. Non vi è dubbio che per Bach il culmine massimo dell’evoluzione spirituale fosse rappresentato dal servizio al prossimo e questo servizio, a mio avviso, deve essere offerto attraverso l’uso dei Fiori di Bach da pari a pari. In questa prospettiva si è compagni di viaggio, ognuno con i suoi difetti e le sue virtù, sia come Floriterapeuti che come clienti.
Facile e difficile allo stesso tempo!