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Come sono andati i fiori?

Come sono andati i fiori?

Come sono andati i fiori?

Dr. Ricardo Orozco

Quante volte abbiamo sentito questa semplice domanda? Chi vive ed opera nel mondo dei Fiori di Bach è sicuramente molto abituato a sentirla. Tuttavia, non sempre è una buona domanda, sia quando la poniamo nel contesto di un colloquio che quando la rivolgiamo a quell’amico o famigliare al quale abbiamo preparato una miscela.

Ma come mai non è una buona domanda? Le ragioni sono molteplici. La terapia floreale è un processo nel quale intervengono diversi fattori e la miscela prescritta è solo uno dei tanti fattori. Detto in altri termini, la terapia non consiste solo nei fiori della miscela, consiste anche nel setting terapeutico, nella gestione delle aspettative, nella relazione terapeuta-cliente, negli obiettivi terapeutici, ecc.

Come sono andati i fiori?

Quando chiediamo: come sono andati i fiori? Concentriamo tutta la responsabilità del processo terapeutico sulla miscela, e, di conseguenza, sull’abilità del terapeuta di “azzeccare la miscela giusta”, togliendo importanza a ciò che il cliente fa per stare bene o male. Ciò significa che il cliente, l’amico o il famigliare che prende la miscela dei fiori somministrata da noi diventerà passivo all’interno del processo, come accade nell’allopatia, e scaricherà tutta la responsabilità del proprio stato sulla miscela e, come ho detto precedentemente, nella perizia del terapeuta. In questo modo, se il soggetto starà bene “i fiori saranno andati bene”, se invece sta male “i fiori saranno andati male”. Senza dubbio questa è una posizione comoda per il cliente, è la modalità meno vincolante ma anche la meno efficace, dal momento che colloca il terapeuta nel ruolo di responsabile del benessere o del malessere del cliente, che grande responsabilità!! E se non sarà il terapeuta il responsabile, lo saranno i fiori.

Tuttavia esiste un’altra questione su questa famosa domanda. Tra un incontro e l’altro potrebbero verificarsi molte situazioni esterne che ovviamente incideranno sullo stato d’animo del cliente. Anche se a volte le persone che si rivolgono ad un floriterapeuta sono persone che hanno già acquisito una buona capacità di discernimento e di conoscenza di sé, non bisogna dare per scontato che siano sempre in grado di distinguere il modo o la misura in cui gli avvenimenti condizionano il loro stato d’animo, e come si sentirebbero invece se non stessero prendendo i fiori. In ultimo, l’informazione sbloccata dai fiori potrebbe condurre a sensazioni gradevoli o sgradevoli portandoci a volte ad un giudizio troppo precipitoso sul nostro stare <bene> o <male>. Complicato, vero?

Un altro problema da aggiungere alla domanda “come sono andati i fiori?” è che spesso riduce il tempo necessario per fare una valutazione sufficientemente oggettiva. Perché mai qualcuno che si trova con un problema cronico dovrebbe stare meglio nell’arco di tempo che intercorre tra il primo e il secondo colloquio, cioè dopo aver preso all’incirca una boccetta di fiori? Sto parlando di una media di tre settimane tra un incontro e l’altro.

Posso capire perfettamente l’impazienza del terapeuta che ha cominciato da poco ed è desideroso di risultati strepitosi, o del cliente che aspira ad ottenere soluzioni miracolose, ma non ci sono dubbi che è indispensabile stabilire un buon contesto terapeutico dove il floriterapeuta possa gestire adeguatamente le aspettative del cliente. Un setting appropriato in cui sia anche possibile spiegare che i fiori in realtà sono catalizzatori di un’informazione che esiste già dentro di lui e che essi non potranno in alcun modo sostituirsi alle sue azioni personali e non modificheranno nemmeno le sue emozioni negative, ma lo aiuteranno a gestirle. Spiegheremo quindi che Holly non serve per “toglierti la rabbia” ma per “aiutarti a gestire la rabbia”; Mustard non “serve per la tristezza”, ma per “aiutarti a gestire la tristezza”. In questa spiegazione, il lavoro e la responsabilità dovranno rimanere nel territorio del cliente o di colui che prende i fiori. Così facendo si posizionerà la persona al centro del processo terapeutico aiutandolo ad acquisire sempre una maggiore consapevolezza di ciò che sta vivendo. Inoltre il floriterapeuta eviterà di assumersi, involontariamente, il ruolo di guaritore o di tecnico, diventando per il cliente colui che l’accompagnerà durante il processo. In questo modo non si tratterà più di “chi sa” e “chi non sa”, ma piuttosto di due persone che camminano insieme durante un tratto di strada dove il cliente dovrà sentirsi libero di decidere in qualsiasi momento di continuare da solo per la propria via.

L’ideale, a mio avviso, è accordarsi su un tempo minimo di terapia prima di fare una valutazione sul processo terapeutico. Questo tempo può oscillare tra 3 o 4 mesi (con incontri ed eventuali revisioni della miscela ogni tre settimane). Ovviamente per fare una valutazione dovranno essere stati prestabiliti alcuni obiettivi sia dal terapeuta che dal cliente e questi obiettivi, per essere validi, dovranno includere una serie di requisiti (essere raggiungibili, espressi al positivo, auto-responsabili, contestualizzati, ecologici, ecc.).

Come si può capire, raggiungere gli obiettivi stabiliti durante la terapia floreale dipenderà da alcune variabili e non solo dalla miscela dei fiori: la qualità della relazione terapista-cliente, il coinvolgimento emotivo del cliente nel proprio processo terapeutico, il contesto dove vive il cliente, la reattività ai fiori, il tempo trascorso, la professionalità del terapeuta ed una lunga lista di altri fattori…

Dunque la domanda “come sono andati i fiori?” dovrà essere utilizzata soltanto nei casi di emergenza o di applicazioni locali molto puntuali, poiché non è una domanda utile in nessun altro caso.

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